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Oltre la vista

beyond the sight

Nicholas Fox Weber

«Bring new experiences into the lives of as many human beings as possible»

Suppongo che non ci sia da sorprendersi se quando i nostri giovani e straordinari colleghi di Atlante Cultura ci hanno proposto di far conoscere i lavori di Josef e Anni Albers a un pubblico non vedente, abbiamo aderito subito con entusiasmo al progetto. Anni e Josef volevano che la loro arte portasse piacere e nuove esperienze nelle vite di più persone possibili. Percepivano un linguaggio universale e credevano in forme di piacere visivo che si estendono indietro e avanti nel tempo attraversando tutte le barriere. Le parole più amate da Anni erano “universale e senza tempo” ed è per questo che si sentiva spiritualmente un tutt’uno con le tessitrici andine del Perù del IX secolo.Per il suo ventitreesimo compleanno Josef le regalò una copia di una statuetta egiziana conservata al Pergamonmuseum. A lui interessava tutto ciò che era bello e ben fatto, indipendentemente dallo stile o dall’epoca; parlava con molto più entusiasmo della bellezza delle cattedrali romaniche e della gioia dell’architettura del Rococò tedesco, che di quello che veniva fatto dai suoi colleghi alla Bauhaus. Agli ideali personali e ai troppi presenzialismi degli artisti espressionisti, gli Albers preferivano il loro televisore Sony, la fotocamera Polaroid e le capacità degli atleti olimpici che si adoperavano per fare del loro meglio. Perché sto divagando riguardo a queste due incredibili persone? Perché ritengo che Josef e Anni, così pieni di cuore ed empatia, così interessati all’esperienza dell’uno e del tutto, indifferenti alla ricerca di contatti, soldi e pubblicità del mondo dell’arte, si sarebbero sentiti profondamente felici di estendere la loro visione a tutte quelle persone che non possono usare la vista.

Anni e Josef affrontavano la realtà della vita senza lamentarsi. A causa di una malattia genetica, Anni aveva un uso limitato degli arti, tuttavia non lo ammise mai e non volle neanche conoscere il nome della patologia. Josef era nato in una città di minatori, dove “anche il tuo sputo era nero”, in una famiglia che potremmo definire in maniera educata “dalle menti limitate”, però sperava che più persone possibili potessero provare piacere nella conoscenza e imparare a “vedere” il prima possibile. Josef affermava ripetutamente che il sogno della sua vita era “aprire gli occhi”, e conoscendo l’uomo di cuore, il devoto cattolico, e allo stesso tempo conoscendo Anni, donna fortemente empatica verso chiunque fosse afflitto da forme di disabilità, oggi capisco che entrambi sarebbero stati affascinati dall’idea di portare il loro senso del vedere a coloro che non possono farlo con i propri occhi.
Gli Albers vivevano ogni sfida come un’opportunità. Questo è certamente un clichè, ma rimane comunque una qualità di valore infinito. Rendere l’arte visiva una fonte di ricchezza per chi non può effettivamente vedere è una grande sfida, e nel momento in cui l’entusiasta gruppo di Atlante, composto da amanti dell’arte di grande umanità e competenza, ha proposto l’idea che il lavoro degli Albers diventasse una fonte di gioia per “coloro che non possono vedere”, ho realizzato che questa era esattamente il tipo di impresa per Josef e Anni. Essi si sarebbero avventurati senza eroismi o autocompiacimento, atteggiamenti a loro estranei, e avrebbero affrontato la sfida con la speranza di rendere più ricca la vita delle persone.

Ed è così che la nostra attenzione si è spostata su come il lavoro di Anni e Josef potesse assumere un valore per persone che della vista, tecnicamente e legalmente, sono prive. Perciò, consideriamo le seguenti possibilità:
Josef era affascinato dalle potenzialità della percezione. Amava dipingere due Homage to the Square con identici colori, con le stesse esatte tonalità, a partire dal quadrato centrale e procedendo verso l’esterno con il secondo e poi il terzo,  l’unica differenza fra le due versioni stava nelle proporzioni del quadrato di mezzo nei confronti degli altri due. Se cambi le misure, cambia l’esperienza. Quindi come possiamo tradurre questo per un pubblico che non possiede le capacità di vedere nella maniera usuale? Solo con la temperatura e la possibilità di toccare le superfici si può provare un’esperienza simile. Si può avvertire cosa accade quando il quadrato centrale è caldo o freddo e più grande o più piccolo. Non è semplicemente un problema di “bianco e nero, questo o quest’altro”. Il quadrato centrale più grande e più caldo, per esempio, farà percepire in maniera diversa gli altri due più freddi che lo circondano. Ma potrebbe essere vero anche l’opposto o ogni altra eventuale variazione. L’importante in sostanza è saper cogliere le sfumature. Un conoscitore di vino dirà che il suo Bonnes Mares appena aperto avrà un gusto diverso da quello decantato un’ora dopo. Glenn Gould da giovane eseguiva Bach in un modo differente da come lo eseguiva da anziano. Notare! Apprezzare! Questa è l’essenza.

Oggi la chiamiamo consapevolezza. Noi che abbiamo buoni occhi possiamo apprendere questa consapevolezza da coloro che sono chiamati non vedenti. Anni e Josef avrebbero concordato.

Nell’arte di Anni non c’è mai ripetizione. Se per comporre una stampa usava centinaia di piccoli triangoli o per creare un tessuto impiegava una miriade di fili metallici, di lana, di cotone, di juta o di un qualsiasi altro materiale, evitava sempre uno schema. Si muoveva scorrendo in un flusso. E ci regalava sorprese. Perciò vogliamo provare a procurare un simile senso di piacere a tutti coloro che non possono avvicinarvisi in maniera tradizionale. Ciò che non faremo mai, perché andrebbe contro tutto quello in cui gli Albers credevano e in cui crediamo noi, è parlare al pubblico di arte cercando di condizionarlo “Se tu potessi vedere, questo è ciò che vedresti”.  Anni e Josef cercavano in ogni situazione un’opportunità per imparare. Nel creare questa mostra, il coraggioso gruppo di Atlante insieme agli altri nostri colleghi ha pensato che la disabilità ottica può essere rovesciata nell’opportunità di espandere e aprire la strada a un vedere più vero, a un’esperienza totale.

Quando Anni Albers entrava in un laboratorio di stampa, non lo faceva con un’idea chiara dei risultati finali che poteva ottenere. Piuttosto avrebbe chiesto “Quali sono le possibilità, quali sono i limiti? Cosa è intrinseco al processo?” Lavorando su questo progetto facciamo la stessa cosa.  Proviamo a entrare dentro ciò che alcuni non hanno, per scardinare i preconcetti di coloro che la vista la danno per scontata, per andare oltre e ripensare l’esperienza.
Il superbo scrittore Ved Mehta, cieco dall’età di cinque anni a causa di una malattia, sviluppò in maniera incredibile non solo i sensi dell’olfatto e del tatto, ma anche l’abilità di capire chi fosse entrato in una stanza dalle piccole variazioni della pesantezza del suo passo. Ved non reagiva solo alla musica, ma anche alle sottigliezze del tono della voce, a quelle degli accenti e a tutto ciò che può essere sentito. Quello che non siamo in grado di fare al meglio non deve gettarci nello sconforto, ma darci la gioia per ciò che abbiamo. Questa era l’essenza dell’approccio degli Albers all’arte e alla vita. Le realtà sono ineluttabili, puoi solo indirizzarle e fare del tuo meglio. Il Terzo Reich smise di pagare il salario degli insegnanti alla Bauhaus nel 1932, e nel 1933 chiuse con il lucchetto le porte della scuola. Il direttore, Mies Van der Rohe, incontrò il capo delle comunicazioni della Gestapo, gli avevano detto che la scuola avrebbe potuto riaprire, purché avesse lavorato in accordo con la metodologia nazista. Nessuna opportunità. Josef Albers fu tra i sette membri rimasti della facoltà a decidere inequivocabilmente che l’unica risposta a tale richiesta sarebbe stata quella di rifiutarla totalmente. Anni, che era stata battezzata e aveva ricevuto la cresima da cattolica protestante, realizzò che sarebbe potuta essere considerata come un’ebrea, “Ebrea, nel senso di Hitler”. Cosa fare? Quando Anni e Josef, nel 1933, furono invitati al Black Mountain College, negli Stati Uniti, nello stato del North Carolina, la loro risposta via telegramma fu che Josef non parlava inglese. Il consiglio fu di venire ugualmente. Ciò che la vita ti mette davanti diventa la ragione per fare il passo successivo. Gli Albers si lasciarono alle spalle l’unico mondo che conoscevano per incontrarne uno di cui non sapevano nulla. La sola eccezione era rappresentata dall’arte del Messico e da quella dei Maya che avevano scoperto a Berlino e che li aveva appassionati molto. La vita ha le sue limitazioni, i suoi ostacoli; tu, vai avanti.

Si celebra la bellezza dove la si può trovare. Questo è quello che gli Albers avevano imparato; questo, in qualche modo, è quello che ciascuno di loro sapeva fin dall’inizio della propria vita. Josef ricordava l’emozione che da bambino provava nel camminare sul pavimento di marmo a scacchi bianchi e neri nell’ufficio postale della sua città. Anche senza vista si potrebbe comunque vivere la stessa esperienza, istintivamente, in altri modi. La strada per una nuova consapevolezza. Un modo diverso d’intendere il bianco e il nero. Non tanto per quello che rappresenta, ma per il piacere viscerale che ti possono offrire il ritmo, il contrasto, l’alternanza sistematica dei due estremi. Improvvisamente realizziamo che queste esperienze sono più intense e più ricche di quello che pensiamo quando le consideriamo solo dall’aspetto visivo. E perciò questa mostra è un modo per ringraziare chi ci ha permesso di esplorare e vedere più nel profondo.

 

Nicholas Fox Weber
Executive Director
Josef and Anni Albers Foundation

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